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domenica 3 febbraio 2013

Carapace di Arnaldo Pomodoro


Il segno di un genio nel paesaggio umbro

bevagna


Sembra emergere dalla terra una cupola larga e percorsa da crepe che un'energia interna primordiale come di vulcano ha aperto sulla superficie tesa e luminescente. Un'impressione di possente bellezza si sprigiona da lì, nella piccola conca erbosa mentre i colli intorno sono dipinti col rosso vivo del sagrantino o disegnati dalle grafie simmetriche dei vigneti quando sono spogli in inverno.

carapace


Il progetto ha visto condivisi i significati e le speranze da parte dei committenti, la famiglia Lunelli, mecenati e lungimiranti, e dell'artista che da radici profonde spicca il suo volo di genio visionario. Doveva essere una cantina, ma anche un luogo in cui trovassero espressione la divina creatività della terra e quella dell'uomo, l'armonia che insieme realizzano nell'arte. 

carapace

La tradizione del vitigno antico originale di questi colli sta vivendo una rinascita colta e consapevole, anzi un Rinascimento in cui il legame con il Genius Loci, nelle parole di Marcello Lunelli, è interpretato e rispettato ... la tartaruga, simbolo di stabilità e longevità, rappresenta l'unione tra la terra e il cielo riconoscibile nella copertura in rame segnata da una trama di solchi e crepe...


bevagna

La superficie ramata dell'interno si flette a costruire una volta articolata lungo archi e costoloni vibranti di luce. 
Una scultura certamente, ma nella quale si può entrare con il passo della piccola Alice in Wonderland.
La vigoria fantastica si concretizza nel rigore costruttivo che dà forma sensibile ad un sogno, provocando un gioioso stupore.


carapace


bevagna

sagrantino

Poi c'è la discesa nel cuore del Carapace dove un misterioso quasi mistico silenzio accarezza le curve delle botti disposte in cerchio intorno alla cella centrale illuminata da un oculo verso il quale converge la volta con un moto a spirale, lento come il tempo che trasforma l'esperienza in profumo e fa eterno il valore della bellezza.


tenuta castelbuono

sagrantino


sagrantino


carapace

cantina castelbuono

Link al sito web della Tenuta Castelbuono
Il Carapace si trova sulle colline presso Bevagna (PG)

domenica 13 gennaio 2013

La poesia luminosa del quotidiano

Vermeer e la nuova pittura olandese del secolo XVII



Jan Vermeer, Ragazza con il cappello rosso (1665 ca.). Washington, National Gallery of Art.
Dal sito web della mostra

Non potevamo mancare la mostra romana. Un'occasione così rara era imperdibile. 
Di Vermeer non esiste un solo quadro (visibile) in Italia. Poterne vedere otto dei più famosi insieme a una cinquantina di opere di pittori coevi è stata un'esperienza intensa e che ha lasciato in noi un segno profondo.
Si percepisce in tutti il gusto prorompente della scoperta. L'avanzare delle ricerche sull'ottica e sulle lenti nell'Olanda del tempo, affrancatasi nel 1648 dalla oppressione spagnola, e lo sviluppo delle attività mercantili in una società sempre più floridamente strutturata sulla famiglia con la solida etica calvinista determinarono una nuova figura professionale per il pittore. E' il fotografo d'arte del tempo, che dà forma alle persone, alle attività e alle case, e mentre le riproduce con minuzia e maestria le investe di valori.

Gabriel Metsu, Donna che legge una lettera (1664 ca.). Dublino, National Gallery of Ireland.
Dal sito web della mostra

L'uso della camera chiara e della camera oscura, che permettono il salto di qualità in senso "fotografico" della pittura, non toglie nulla alla sua qualità lirica. Le figure silenziose negli scorci d'interni sono investite da una luce accuratamente riprodotta ma così preziosa da sembrare divina. Le attività quotidiane rilucono di quella Grazia che nella morale calvinista proprio attraverso di esse si manifesta, e la luce è tanto vera quanto trascendente.


Jan Vermeer, Giovane donna con bicchiere di vino (1659 ca.). Braunschweig, Herzog Anton Ulrich Museum.
Dal sito web della mostra

Se Vermeer ha una malia irresistibile, i suoi contemporanei, in particolare Pieter De Hooch, ma anche Gerard Ter Borch, Gabriel Metsu e Frans Van Mieris, ben rappresentati nella mostra, utilizzano le stesse tecniche con altrettanta straordinaria maestria. Quadri piccoli, preziosi gioielli quasi miniature, fermano il nostro respiro fissando quei momenti di vita borghese in un attimo eterno di assoluta bellezza.



Pieter De Hooch, La camera da letto (1658 ca.), particolare. Washington, National Gallery of Art
Da Google Art Project - cliccare sull'immagine per andare alle opere di De Hooch, di cui questa è l'ultima a destra

I curatori hanno selezionato opere realizzate nell'arco di circa vent'anni (1650-72) e nelle sole province del nord liberatesi dal giogo spagnolo, un'area estremamente ristretta dove i pittori, che si conoscevano tra loro, avevano accesso alle medesime tecniche e classe d'utenza, mentre il benessere generale e l'omogeneità culturale e religiosa permettevano l'accettazione gioiosa di una realtà finalmente appagante sia da parte degli artisti che della committenza.
Rispetto ai quadri di genere precedenti, dai sordidi interni di bettola con figure spesso macilente e moralmente ambigue, ora le case borghesi dai bei pavimenti a riquadri bicolori di marmo, ben arredate con tappeti e tende, con quadri e carte geografiche e specchi alle pareti diventano il soggetto nobile e reale dei dipinti di questa cerchia, che hanno la modernità di inquadrature fotografiche o cinematografiche attuali.


Jan Vermeer, Giovane donna in piedi al virginale (1670 ca.). Londra, National Gallery.
Dal sito web della mostra

Le donne in particolare, dagli abiti di raso in splendidi colori, raccolgono nei loro composti atteggiamenti i valori etici ed estetici di quel periodo. Vermeer, più degli altri innamorato del suo soggetto, mette a fuoco le sue protagoniste come un grande fotografo che utilizzi una focale da ritratto e ne coglie l'espressione assorta, enigmatica o stupita dietro la quale si intuisce, come dentro uno scrigno, un tesoro di pensieri, di emozioni e di sogni.


Jan Vermeer, Donna con collana di perle (1662 ca.), particolare. Berlino, Gemäldegalerie
(opera non presente nella mostra romana)
Da Google Art Project - cliccare per visualizzare ad alta risoluzione - zoom con rotella del mouse

Jan Vermeer, Giovane donna che legge una lettera (1663 ca.). Amsterdam, Rijksmuseum
(opera non presente nella mostra romana)
Dal sito web del Rijksmuseum - cliccare per visualizzare ad alta risoluzione

"Galleria" di dipinti di Vermeer nel Google Art Project. Alta risoluzione e colori ben riprodotti.
Cliccare sull'immagine per entrare
Galleria di Pieter De Hooch. Clic per entrare

Un sito web completamente dedicato a Vermeer, ben fatto e ricco di contenuti: Essential Vermeer

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Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese.
Roma, Scuderie del Quirinale, 27 settembre 2012 – 20 gennaio 2013
Link al sito web della mostra

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APPENDICE:
La "cerchia di Delft" vista da un fotografo

Osservando le affascinanti opere di Vermeer e di altri pittori della stessa epoca ed area (De Hooch, Ter Borch, Metsu ...) con l'occhio del fotografo smaliziato, si coglie subito quella strepitosa qualità della luce che le rende così particolari rispetto ai dipinti coevi. Una luce inesorabilmente "fotografica" fa pensare, senza voler sminuire la poesia che emana dalle incantevoli tele, che per alcune di esse siano stati utilizzati degli ausili ottici.

La camera chiara è uno di questi sistemi. E' noto che la utilizzasse Albrecht Dürer. Un'attrezzatura piuttosto semplice, composta da una lastra di vetro (o telaio metallico) quadrettata e da una diottra per traguardare, posizionando l'occhio sempre nello stesso punto. Il suo impiego viene spiegato in modo efficace da questo spezzone di un fascinoso film di Greenaway ("I misteri dei giardini di Compton House" era il suo titolo italiano):
La camera chiara consente di tracciare in modo accurato un abbozzo prospettico della scena da dipingere. E' quindi di grande ausilio nel disegno, ma non aiuta il pittore nella rappresentazione della luce, che da questo strumento non viene in alcun modo alterata.

La camera oscura, il cui principio è documentato anche negli scritti di Leonardo, è un poco più complessa: la luce che entra attraverso un foro proietta sulla parete opposta un'immagine capovolta. Con uno specchio questa può essere raddrizzata, inviandola a un vetro smerigliato osservabile dall'esterno della camera. Se poi al foro si sostituisce una lente convergente (obiettivo), l'immagine sul vetro risulta abbastanza luminosa e può essere osservata anche senza l'oscurità completa.
Ecco, da una vecchia stampa, un modello di camera oscura portatile:
In pratica una macchina fotografica, priva solo dell'otturatore e della pellicola (oggi dovremmo dire del sensore). Un esemplare che sembra appartenesse al Canaletto è conservato al museo Correr:
La camera oscura esisteva anche in forma di cabina in cui il pittore entrava e poteva lavorare sull'immagine proiettata su un tavolino:

Come sa bene chi fotografa con una "reflex" (o meglio ancora con una fotocamera a banco ottico), l'immagine che si forma sul vetro smerigliato, oltre alla prospettiva, riproduce molto bene le sfumature di luce, le transizioni graduali dalle zone in luce a quelle in ombra. E permette inoltre di visualizzare lo sfocato delle parti della scena più lontane o più vicine del piano su cui è messo a fuoco l'obiettivo. 
La camera oscura realizza una sorta di "filtro" che estende le capacità di osservazione umane. Il nostro occhio "nudo", spostandosi velocissimamente da un punto all'altro di una scena, compensa i contrasti di luce e mette istantaneamente a fuoco la parte osservata. Sul vetro smerigliato invece vediamo un'immagine con contrasto luci-ombre ben delineato, e con le parti sfocate ben distinte da quelle a fuoco.

In numerosi dei dipinti qui presentati, in particolare quelli di Vermeer ma anche degli altri bravissimi artisti a lui vicini, sembra di poter cogliere caratteristiche peculiarmente fotografiche, come appunto la transizione luce-ombra molto verosimile, e lo sfocato.
Questa sensazione è accresciuta dalle inquadrature utilizzate in questi dipinti, straordinariamente moderne, in linea con il gusto fotografico attuale. E dalla ricorrenza di schemi di illuminazione e di ambientazione tipici di ciascuno di questi pittori, che fanno venire in mente proprio lo studio di un fotografo o una sala di posa.

Opere magistrali, poetiche e affascinanti, che se questa lettura è corretta spostano l'invenzione della fotografia indietro di un paio di secoli, per merito di questa geniale e sensibile cerchia di artisti.

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Un interessante approfondimento con alcune ipotesi sulla tecnica "fotografica" di Vermeer è presente a questo link:
http://www.cultorweb.com/ottica2/O1.html

domenica 23 dicembre 2012

Natività

La magica dolcezza del Natale non ci lascerà mai indifferenti. La splendida tela che abbiamo scelto quest'anno per i nostri auguri esprime appieno questo sentimento

Adorazione del Bambino
Correggio (Antonio Allegri), Adorazione del bambino, 1526 (?). Particolare. Firenze, Galleria degli Uffizi.
Da Google Art Project




sabato 8 dicembre 2012

Scoperte preziose nel verde delle Marche


Un itinerario nei dintorni di Camerino


Pievebovigliana
L'ineffabile grazia dell'arte marchigiana in questo busto femminile del primo cinquecento
(Museo Civico di Pievebovigliana)
Da sempre amiamo le Marche: il territorio, le qualità positive delle persone, la gastronomia e il patrimonio artistico. Ci troviamo spesso, in questo periodo, a frequentare la terra dei Da Varano, in provincia di Macerata, capace di regalare sorprendenti emozioni a chi ama l'arte e la storia. 

Pievebovigliana

La cosa più speciale di un piccolo comune come Pievebovigliana è che ogni oggetto ha una storia ed è spesso una storia d'amore. 
Così il Museo Civico “Raffaele Campelli” è il prezioso scrigno delle memorie del paese e contiene pagine frammentarie di un diario plurimillenario, scritto sulle pietre scheggiate dei preistorici primi abitanti e via via sui manufatti piceni e poi romani. Questa sezione del museo è intitolata al grande archeologo Valerio Cianfarani, che iniziò i suoi studi alla “Pieve” ed era tra i giovani che con Monsignor Campelli, il parroco di allora, gli anni '20 del secolo scorso, raccolsero con passione i reperti affioranti in paese e lungo il torrente Fornace, costituendo il primo nucleo del museo in un ambiente della canonica.


Olla rinvenuta da Mons. Campelli nel 1926
(Museo Civico, sezione archeologica

La Pinacoteca ospita tele e sculture allineate alla eleganza e grazia marchigiana dei secoli dal XV al XVII. Una tela è invece di scuola romana (copia da Scipione Pulzone), che Niccolò Liberati, emigrato a Roma dove aveva fatto fortuna con la sua attività di fornaio, donò alla sua mai dimenticata parrocchia di Petrignano, un segno di amore e fedeltà alle proprie radici.


Pievebovigliana
Crocifissione, copia da Scipione Pulzone (sec. XVII). Particolare.
L'originale (1585-90) è a Roma nella chiesa di Santa Maria in Vallicella o Chiesa Nuova
Pievebovigliana
La grazia fanciullesca di un angelo. Pittore umbro del primo '500, Madonna di Loreto (particolare)
Pievebovigliana
San Sebastiano, inerme nella sua stilizzata nudità. Statua lignea, XV sec.
Pievebovigliana
Particolare del San Sebastiano
Pievebovigliana
Simone e Giovan Francesco De Magistris (attrib.), Madonna di Loreto e Santi
(particolare con San Paolo)
Pievebovigliana
Nobilissimo e dolorosamente consapevole viso di Cristo. Terracotta, sec. XVI.
Rinvenuta e restaurata da Mons. Campelli
Pievebovigliana
Una sala del Museo Civico di Pievebovigliana 

Il museo è stato il punto di partenza del nostro itinerario perché lì si trova documentata, accanto alle eccellenze artistiche di Filippo Marchetti e Maria Paciotti, anche la storia delle attività produttive del luogo, dalle fornaci alla tessitura alla distillazione dei liquori.

Maria Paciotti
Le quattro stagioni, xilografie di Maria Paciotti (prima metà del '900)

Filippo Marchetti
Il fortepiano di Filippo Marchetti

Di conseguenza, salendo per antiche strade alla chiesa di Santa Maria Assunta, la bellezza armoniosa della costruzione si inserisce in una secolare storia di cultura.


Pievebovigliana
La triplice abside della Pieve romanica di Santa Maria Assunta
Una vista laterale mette in evidenza la doppia altezza dell'abside, che racchiude la chiesa e la sottostante cripta
(alcune foto della cripta in questo nostro precedente articolo

La Chiesa di San Giusto a San Maroto (sec. XI-XII) meriterebbe da sola il viaggio. In quello spazio semplice di arcana perfezione regna un silenzio sovrumano. Tante sono le ipotesi sulla sua storia. Ne riferisco una che sembra armonizzi la forma particolare della chiesa con il nome San Maroto, originariamente San Marone (l'intitolazione a San Giusto è probabilmente avvenuta in un secondo tempo). Questi era un eremita siriano morto nel 410, i cui numerosissimi seguaci, i Maroniti, si spostarono in Libano nel VII secolo. Durante le crociate furono fitte le relazioni tra loro e la Santa Sede (la testa del santo è tuttora conservata nella cattedrale di Foligno) ed è noto che alla diffusione del monachesimo in Umbria e Marche contribuirono certamente monaci siriani.


San Giusto
La pianta circolare è rara e realizza all'interno uno spazio arcano
San Giusto
La struttura a tholos della cupola in pietra calcarea è semplice e suggestiva
San Giusto
La chiesa di San Maroto custodisce una Madonna in trono (qui un particolare)
attribuita a Venanzio da Camerino (primi decenni sec. XVI)
Ma il piccolo comune marchigiano ha molto altro da offrire ai “cacciatori d'arte”: il Castello di Beldiletto, lussuosa residenza dei Da Varano, la chiesa e il convento di San Francesco a Pontelatrave, la cripta di Santa Maria Assunta già presentata in un nostro articolo di qualche tempo fa.  

Ringraziamo il Sindaco di Pievebovigliana Sandro Luciani e l'architetto Lolita Ciuffoni  che con grande cortesia e disponibilità ci hanno fornito materiale informativo e una guida alla visita del museo, oltre alla possibilità di effettuare riprese fotografiche.


Convento di San Francesco a Renacavata

Il convento di Renacavata, presso Camerino, è uno dei primissimi insediamenti del nascente ordine dei Cappuccini e ne esprime la scelta di povertà e semplicità nei muri spogli e nel porticato d'ingresso, nella piccolissima chiesa raccolta e mistica, nel rifiuto del lusso di cui faceva sfoggio la chiesa pretridentina.

Cappuccini

Renacavata
Mattia della Robbia, Incoronazione della Vergine con San Francesco e Sant'Agnese, 1530
Il color cenere del saio di san Francesco nella pala d'altare (era il colore scelto dai primi Cappuccini) simboleggia la dimessa austerità della loro scelta. Però all'interno del convento c'è il museo con i lavori artigianali dei frati e in essi si rivela un livello estetico talmente straordinario che sembrano sorretti da un canto di preghiera oltre che dalla tecnica raffinata.
L'impegno dell'Ordine nelle missioni permise loro di utilizzare materiali inconsueti, preziosi come legni esotici e gusci di tartaruga o estremamente poveri come la paglia che però diventa una grafia dorata nelle loro mani.


Cappuccini
Paliotto in paglia (XVIII sec.), particolare
Cappuccini
Ciborio (o tabernacolo) in legni pregiati, avorio e madreperla (XVII sec.)
Cappuccini
Ciborio in legno e tartaruga (sec. XVIII)
Cappuccini
Particolare con statuetta dell'Immacolata
Cappuccini
La piccola e preziosa architettura barocca trova il suo punto focale nella porta del tabernacolo 

Anche i quadri, benché poco originali, recano il segno di veri pittori come la pregevole copia da Raffaello o il drammatico San Francesco vicino all'emozione di uno Zurbaran o di un Ribera, o la Deposizione secentesca che riecheggia i grandi bolognesi del tempo.


Raffaello
Madonna della Palma, copia da Raffaello
Cappuccini
San Francesco, autore ignoto, sec. XVII
Renacavata
Particolare di Deposizione, autore ignoto, sec. XVII

Un giovane novizio ci ha fatto da guida con orgoglio e entusiasmo, come chi, indossando un misero saio di tela, mostra i tesori della grandezza di cui la sua “famiglia” fu capace.

Per chi volesse ripercorrere questo piccolo ma affascinante itinerario, alleghiamo una cartina tratta da Google Maps: